La rilevazione delle impronte digitali latenti

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Lucia Scarcella

In questo articolo parliamo di esaltazione e vivificazione di impronte digitali latenti con le polveri. L’articolo è curato e scritto dalla dott.ssa Lucia Scarcella, esperta nel campo.

Quando si parla di impronta digitale latente si intende quella tipologia di impronta che rimane impressa su un oggetto, ma non è visibile in modo chiaro ed univoco ad occhio nudo, con una normale illuminazione di luce naturale.

Un’eccezione è fatta per le impronte che si producono “per stampo” dopo aver toccato un materiale o sostanza che lascia una traccia colorata. In generale le impronte latenti sono quelle che lasciano a contatta sulla superficie, le secrezioni della pelle, specialmente sebo, sudore, prodotti dalla secrezione delle ghiandole presenti sulla cute.

Per essere “esaltate” , ovvero diventare visibili, necessitano di particolari sostanze (polveri o altri reagenti) che si attaccano alle sostanze grasse che sono state secrete dalle ghiandole. Le ghiandole sebacee producono acidi grassi, che rimangono presenti nell’impronta, mentre le sostanze alcoliche e di base acquosa, tendono ad evaporare. Le ghiandole apocrine, invece secernono citoplasma e materiali nucleari.

Reperire il DNA dalle impronte

Come risaputo è possibile infatti reperire DNA dalle impronte lasciate su una superficie. Le polveri reagenti per l’esaltazione delle impronte, aderiscono sia alla componente grassa, che a quella umida.

Ciò che le rende visibile, è la presenza di creste che ricoprono la superficie della cute , delle mani, dita, piedi, esse sono in fatti rialzate e producono come delle scanalature. La polvere che va utilizzata, deve essere in contrasto con la superficie su cui viene a contatto, esempio su una superficie di colore nero, si utilizzano polveri chiare, o fluorescenti, su una chiara, polveri scure.

Anche la tipologia di supporto incide sulla scelta della polvere adatta, le polveri magnetiche ad esempio sono idonee per superfici lisce, metalliche, specchi ,su superfici trattate con vernici, e su piani posti in verticale.

Talvolta le impronte su carta, se risalgono a molto tempo prima, potrebbero non reagire con l’utilizzo delle polveri, visto le proprietà assorbenti della carta, quindi trattate con iodio, ninidrina, DFO, nitrato.

Il legno grezzo, va trattato con ninidrina, o nitrato d’argento.

Le polveri comuni non sono utilizzabili su superfici adesive, ad esempio nella parte interna di un nastro isolante ecc..ma ne vanno applicate alcune specifiche.

Nella scelta della polvere, va sempre considerato :

  • Sensibilità adesiva sulle impronte e quindi alle secrezioni
  • Qualità adesiva della polvere.
  • Tipologia di superficie da trattare

Dal semplice tocco di un oggetto si lasciano su di esso numerose informazioni personali, dal DNA presente nelle secrezioni rilasciate dalle ghiandole sebacee, alle impronte delle creste papillari. L’impronta quindi racchiude molteplici elementi differenti ed identificativi sia a livello di traccia genetica-biologica, sia a livello di traccia segnaletica – identificativa di natura non biologica.

polveri e pennelli

Come non alterare le prove fondamentali

Se ad esempio si dispone solo di una piccola porzione di impronta deve essere fatta una scelta ragionata ed immediata, legata alle reali possibilità di utilizzo – utilità, e di sicurezza nella conservazione.

Un’impronta, se troppo parziale, non garantisce una sicura identificazione se posta in comparazione con altre, in questi casi è necessaria una scelta di natura diversa, e comunque sarebbe sempre idoneo preferire un campionamento di DNA ad un impronta, la prima cosa da fare quindi è repertare parte del materiale genetico con idonei kit sterili, che garantiscono la corretta conservazione a scampo di pericolosi e “facili” alterazioni del campione.

  • Il controllo deve essere fatto anche in precedenza sugli stessi Kit, per garantire l’assoluta  incontaminazione del materiale stesso in precedenza all’uso.
  • Verificando se il produttore ha garantito l’adeguata conservazione e produzione dello stesso in rispetto delle procedure a garanzia di tutela sui prodotti.
  • Anche l’uso sconsiderato di reagenti e polveri può alterare il DNA delle impronte digitali, è bene prima di vivificare le impronte con le polveri, di cercare di renderle non-latenti tramite idonea illuminazione forense nello spettro dell’UV con diverse gradazioni di frequenza/nm, per renderle sufficientemente visibili da essere fotografate e per repertare il DNA prima dei trattamenti successivi.
  • Ci sono prove di anni continuativi di uso sulla Ninidrina reagente per impronte su superfici cartacee che non alteri la struttura del DNA, non si può dire sempre lo stesso per le polveri è importante usare il tipo di polvere DNA-FREE, che sia stata controllata per avere certezza che sia priva di possibili contaminazioni ed usare materiale come pennelli ed altro nuovi e sterili.

Mai riutilizzare polveri “avanzate” rimettendole nei contenitori, su campioni dove sia importante estrarre DNA.

Su carta è idoneo usare polveri di nuova generazione maggiormente raffinate, come la Magnetic Latent Print Powder MAGNUCLEI che non sporca il foglio in eccesso, non formando aloni sottostanti all’impronta vivificata / esaltata per rendere meno chiaro e netto il solo contorno delle creste , utilizzate con apposito pennello magnetico, a differenza delle classiche dove si utilizzano pennelli in fibra di vetro o a piumino.

Il ciano acrilato o super glue aderisce bene sulle impronte umide, ma si rischia di compromettere la sicurezza del DNA, è preferibile utilizzarlo dopo il prelievo, anche se non è purtroppo spesso abitudine avere questa accortezza.

L’utilizzo adeguato del materiale è comunque legato alla manualità e professionalità del tecnico. Le corrette procedure devono quindi comprendere polveri DNA free, pennelli DNA free, l’utilizzo dello stesso pennello che va ad attingere nella polvere provocherà inevitabilmente un trasferimento di DNA,

Vanno indossati sempre due tipologie di guanti, in passato se ne usavano tre secondo le linee guida americane, da cui anche in Italia ci si rifornisce nei prodotti e materiali forensi.

Va indossato un guanto non traspirante assorbente nell’interno in modo che non fuoriesca il DNA dell’operatore, che sia isolante verso l’esterno, e sopra a questo un guanto sterile usa e getta che dovrà essere cambiato dopo aver toccato ogni reperto, per non trasferire i vari DNA dai diversi oggetti ,sovrapporli e contaminare tutto, rendendo impossibile una certa identificazione .

Per quello che riguarda le luci forensi è importante sapere che ogni frequenza rende visibile tracce ed elementi differenti non visibili in ogni spettro luminoso. Le luci utilizzate vanno dallo spettro del visibile fino al non visibile, UV ultravioletto adatto per le tracce biologiche e il NIR Infrarosso.

La luce bianca per ispezione radente in tre tipologie, fredda, neutra e calda, adatta a percepire e rendere visibile anche i piccoli spessori. Gli UV di diversi spettri da 400 a 470  nm anche a valori maggiori o minori , le altre luci forensi blu fino a 780  nm, le luci verdi e arancioni per contrasto , gli infrarossi dai  800  nm ai 1000000 nm , tutte  vanno utilizzate con lenti a protezione per raggi dannosi agli occhi di colore arancione ad esclusione della luce bianca.

E vanno utilizzate prima delle polveri o reagenti perché ad esempio su una piccola macchia di sangue o saliva se troppo diluita con il luminol può perdere la possibilità di rilevare del DNA e di reagire ai test dell’amilasi. Tenendo anche conto che esistono prodotti migliori per esaltare il sangue latente come ad esempio il Bloodfix 2% e l’Ungarian red  della BVDA, che non altera il DNA e contiene un fissativo che permette di estrapolare tracce e impronte nette ben visibili che possono essere fotografate ed asportate .

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Lucia Scarcella

Perito Calligrafico, Psicologa

Grafologa, perito calligrafo e consulente tecnico d’ufficio presso il Tribunale Penale e Civile di Roma, è anche psicologa e criminologa. Specializzata in perizie grafiche e consulenze tecniche di parte (CTP), coniuga un rigoroso approccio metodologico a una profonda passione per la formazione e la divulgazione. Le sue competenze si fondano su un solido percorso di studi, aggiornamento continuo e un’esperienza consolidata sul campo.