Un quarto delle donne sperimenta nel corso della vita una qualche forma di violenza domestica. Ogni anno si stima che circa 1,3 milioni subiscano aggressioni fisiche da parte di un partner. L’85% delle vittime è rappresentato da donne, molto spesso aggredite da persone conosciute, talvolta da chi si professa innamorato. Le fasce più a rischio si collocano tra i 20 e i 44 anni, in particolare tra i 20 e i 24. Tuttavia, la gran parte degli episodi non viene mai denunciata, né riconosciuta come vera violenza.
La violenza non è solo fisica. Si sviluppa attraverso un’escalation di segnali: controllo, pressione psicologica, gelosia, isolamento. I bambini che assistono a tali dinamiche, se non allontanati precocemente e privati di quella narrazione distorta che le rende “normali”, rischiano di replicarle nella propria vita adulta, perpetuando un ciclo di aggressione e dipendenza.
Violenza sessuale e omicidi in ambito familiare
Una donna su sei subisce nella vita almeno un episodio di violenza sessuale, tentata o consumata. Tra questi casi, il 40-45% include anche percosse fisiche. Sono quasi 7,8 milioni le donne violentate da un partner intimo. L’impatto psichico di questi eventi è devastante, aggravato dal fatto che spesso si svolgono nel silenzio domestico, sotto il peso della vergogna o dell’auto-colpevolizzazione.
Il 62,9% dei delitti familiari ha per vittima una donna. Negli omicidi in famiglia, l’85% dei casi vede l’uccisione della moglie o della compagna da parte del partner. È in crescita anche il fenomeno dei family mass murder, dove l’autore, spesso un uomo, uccide l’intero nucleo familiare prima di togliersi la vita. Si tratta di casi legati a ciò che la letteratura clinica definisce “delirio di rovina”: la percezione di un futuro catastrofico e senza vie d’uscita, in cui la morte viene giustificata come forma perversa di protezione o riscatto.
Talvolta, questi atti si intrecciano con suggestioni settarie, in cui l’autore è convinto che i familiari siano posseduti dal demonio, come documentato in alcuni casi in ambito cultuale o pseudo-religioso.
Tipologie di assassini familiari e meccanismi psicopatologici
Secondo Neil Websdale (2011), tra le figure più frequenti nei femminicidi e omicidi familiari vi sono i killer coercitivi, uomini controllanti e abusanti, la cui identità si fonda sul dominio domestico. Quando questo controllo viene messo in discussione da un tentativo di fuga della partner, la perdita percepita genera rabbia distruttiva.
Diversa è la figura dell’assassino civile e rispettabile, che agisce per un’apparente forma di “altruismo”. Come afferma Richard Gelles, “la sua intera identità è nella sua famiglia”; quando sopraggiunge una crisi finanziaria o esistenziale, uccidere i propri cari viene percepito come un atto salvifico.
Il colpo dell’abbandono improvviso (C.A.I.)
Descritto da Sorgato (2010), il C.A.I. è tipico della struttura mentale di molti stalker. Si tratta di uno shock affettivo improvviso – reale o solo percepito – che innesca una spirale di comportamenti persecutori. Il soggetto, incapace di accettare il rifiuto, entra in uno stato emotivo alterato, una sorta di “tsunami psichico” che trasforma la propria visione del mondo. Da quel momento, il bisogno di ristabilire il controllo sulla vittima diventa compulsivo e patologico.
Segnali precoci da non ignorare
I comportamenti violenti non emergono all’improvviso: esistono segnali anticipatori, spesso sottovalutati. Alcuni di questi includono:
- ricerca insistente di informazioni personali della vittima;
- gelosia sproporzionata e controllo degli spostamenti;
- imposizione nelle scelte quotidiane, nella gestione del tempo e delle relazioni;
- isolamento progressivo dal contesto familiare e sociale;
- rifiuto costante del “no”, aggressività verbale, regali non richiesti e invadenza crescente.
Tra le strategie manipolatorie più comuni, vi sono la condivisione forzata di esperienze, la stereotipizzazione negativa seguita da richiesta implicita di conferma, e la proiezione emotiva (ad esempio: “me l’avevi promesso”, in assenza di accordi reali).
Comportamenti tipici dello stalking
Secondo la letteratura, i comportamenti ricorrenti nei casi di stalking si distribuiscono in alcune categorie principali:
- Iper-intimità: tentativi eccessivi e ripetuti di instaurare un legame;
- Pedinamento e sorveglianza: controllo diretto, fisico o mediato da terzi;
- Invasione della privacy: accesso non autorizzato a informazioni o spazi personali;
- Coercizione: uso della forza, fisica o psicologica, per ottenere obbedienza;
- Aggressione diretta o indiretta: danni alla persona, ai suoi affetti o ai suoi beni.
Il disturbo relazionale e l’importanza della consapevolezza
Il disturbo relazionale, inserito nel DSM-5, riconosce che in certi contesti il malessere non riguarda solo il singolo individuo, ma l’interazione tra più soggetti. La patologia nasce dalla dinamica stessa della relazione. Anche inconsapevolmente, la vittima può contribuire a consolidare uno schema disfunzionale. Per questo, la consapevolezza dei segnali è l’unica vera forma di prevenzione.
Comprendere ciò che accade, senza minimizzare, è il primo passo per interrompere la spirale. La possibilità di non essere vittime non è mai solo un atto di volontà: è una scelta fondata sulla conoscenza, sul riconoscimento precoce dei segnali, sulla rottura dell’isolamento e sull’accesso a reti di protezione psicologica, legale e sociale.

